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Speciale Impresa e Impiego - Interviste

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30/08/2010

Crisi: Cama, Pmi al giro di boa nonostante la burocrazia italiana.

Se la crisi fosse un tunnel lungo 100 metri, le piccole imprese italiane ne avrebbero percorso più della metà e comincerebbero a vedere nuovamente la luce. A fargli luce e accompagnarle nel loro cammino verso l’uscita la mano invisibile del mercato: la ripresa della domanda e un miglioramento della situazione economica generale. Poca fiducia, invece, verso le istituzioni che, dicono gli imprenditori, più che sostenere la ripresa la soffocano sotto il peso della burocrazia. E’ questa la fotografia scattata dall'Osservatorio congiunturale di Fondazione Impresa, centro di ricerca istituito dall’Associazione degli Artigiani e della Piccola Impresa di Mestre- CGIA. Meno roseo il il futuro dei lavoratori, come spiega Cristina Cama, ricercatrice di Fondazione Impresa e tra gli autori dell'Osservatorio, “saranno loro a pagare il prezzo più alto della crisi. Della coda di disoccupazione che il credit crunch si trascina dietro non se ne vedrà la fine, almeno per i prossimi due anni”. 

Abbiamo chiesto agli imprenditori della piccola impresa, artigianato, commercio e servizi  dove si collocherebbero se il tunnel della crisi fosse lungi 100 metri. Il risultato è che generalmente le imprese si sono collocate al metro 59. Questo significa che il giro di boa è stato fatto, ma che manca un lungo percorso prima che le Pmi si sentano fuori dal tunnel e  incomincino a intravedere l’uscita. Se consideriamo come l’inizio della crisi il 2008, nel giro di due anni le imprese sono riuscite a fare un buon percorso. Rispetto ai settori abbiamo percorsi diversi: artigianato, piccola Impresa e servizi si collocano tutti nella stessa media (rispettivamente a 61,3, 60,3 e 59,9 metri). A tirare basso, invece, il commercio che è fermo al metro 56. Sintetizzando i dati per macro-aree il Nord Est è in testa quasi al metro 64, poi il Nord Ovest al metro 61,3. Indietro il Centro e il Sud  a 57 e 55,5 metri. Questi dati ricalcano una situazione del nostro paese dove il Nord  riesce ad essere trainante, nonostante la crisi, mentre il Sud continua ad essere fanalino di coda. 

Quali sono i fattori che fanno ben sperare gli imprenditori, artigiani e commercianti italiani? 

In primis la ripresa della domanda e degli ordini è  questo il fattore che, secondo il 64,9% degli intervistati, li guiderà fuori dal tunnel.  Al 27,7%, comunque un dato non marginale,  una situazione economica generale migliore, poi al 10,6% l’apertura di nuove aree di mercato e al 6,4% il miglioramento del rapporto con le banche. Ultima posizione, con il 4,3%, per le decisioni istituzionali e politiche più incisive. Questi dati sono significativi. Per i piccoli imprenditori elementi importanti per uscire dalla crisi e che stanno realmente aiutando le aziende sono fattori esogeni legati al mercato. Salta agli occhi questo 4,3% sulla politica, vale a dire che per gli imprenditori le politiche attuate per uscire dalla crisi non sono state così incisive. 

Cosa chiedono gli imprenditori alle istituzioni?

Abbiamo chiesto agli intervistati di suggerire un’agenda delle priorità al governo della propria regione dando un punteggio da 1 a 10 a diverse aree di intervento da noi proposte.  Al primo posto, con 8,6 punti, la semplificazione e l’efficienza della macchina pubblica, seguita da interventi a sostegno redditi famiglie e occupazione (7,9%), accesso al credito e liquidità (7,7%). In definitiva  resta il problema della relazione industria-banche, ma viene ampiamente superato da una burocrazia poco snella che causa ritardi e lungaggini. Le imprese vogliono iniziative ficcanti e la macchina pubblica non riesce a star dietro alle loro necessità. Ultima priorità, con il 6,5%, le infrastrutture per le aree logistiche e tecnologiche. Questo dato torna a sottolineare come, nonostante le infrastrutture siano importantissime all’economica, quella burocrazia che fa perder tempo negli uffici sia considerata prioritaria, perché costituisce un peso quotidiano.    

Nel rapporto si sottolinea come siano i lavoratori a soffrire di più per la crisi. Quali sono i dati raccolti dall’Osservatorio?

A livello congiunturale, nel primo semestre abbiamo avuto una riduzione del 2,3% nell’occupazione, che continuerà, anche se più contenuta, nel secondo semestre con previsioni dello 0,6%. I dati negativi a livello previsionale sono tutti sul mercato lavoro soprattutto nell’artigianato e piccole imprese. Queste realtà sono riuscite a mantenere il loro livello di fatturato anche grazie al taglio del personale. L’occupazione segna un dato positivo nei servizi e commercio dove l’occupazione regge nonostante abbiano avuto riduzioni più gravi del fatturato. Non confondiamo, l’occupazione resta negativa, ma non tocca i livelli di artigianato e piccola impresa. Dobbiamo aspettarci una coda di disoccupazione importante: dalla crisi economico-finanziaria si è passati alla crisi reale, per finire con la crisi occupazionale. Quello che stiamo vivendo è solo un assaggio di ciò che ci aspetta. Nei prossimi due anni le dinamiche del mercato del lavoro saranno negative, con tagli ancora nel II semestre. Prima che la disoccupazioni si riduca e l’occupazione ricominci a crescere ci vorrà del tempo.

L’Europa sta spingendo le Pmi a investire nella ricerca e innovazione. Dalla vostra indagine cosa emerge? Quali sono i trend della piccola imprenditoria italiana? 

L’innovazione è un campo ancora poco esplorato a livello statistico, ma sicuramente interessante perché è da considerarsi un’Exit strategy dalla crisi. Sebbene lo studio non si sia concentrato su ricerca e innovazione, i dati sugli investimenti ci permettono di fare delle valutazioni. Il valore degli investimenti non supera, per il 61,5 % degli imprenditori, i 25.000 euro. Questo vuol dire che il 35,2% fa investimenti fino a 10mila euro, il 26,5% tra gli 11 e i 25mila, il 12,7% da 26 a 50.000, 4,8% tra i 51  e i 100mila, il 12,7% 26-50mila, 6,9% 101-200 e il 14,1% oltre 200mila.

Ma la percentuale di chi investe più di 200mila euro, non è poi così bassa. 

Vero, ma bisognerebbe capire che tipo di investimenti ci sono. Il 53% delle imprese investe nella sostituzione e nel rinnovo attrezzature. Se questo settore rientri nelle politiche per l’innovazione è materia di discussione e dibattito. Quando vengono stilati i bandi europei tante aziende puntano a chiedere finanziamenti per rinnovo attrezzature, fondi che gli vengono negati perché per Bruxelles questi progetti non costituiscono innovazione. Per le aziende, invece, sostituire un macchinario con uno più efficiente costituisce innovazione. Dipende da come concepiamo l’innovazione e se pensiamo alla ricerca e allo sviluppo in senso puro, all’innovazione che fa fare il salto all’azienda, il rinnovo attrezzature sicuramente non vi rientra. Il resto degli investimenti è, nell’ordine, per gli investimenti nuovi automezzi (16,8%), innovazione processo produttivo (11,2%), nuovi immobili (9,8%), ampliamento capacità produttiva (6,2%) e  commercializzazione e marketing (2,4%). 

Ma per le Pmi è davvero possibile fare dell’innovazione? 

Le Pmi sono il luogo in cui avvengono le più importanti innovazioni. Le grandi imprese stanno smaltendo gli uffici di ricerca e sviluppo e lasciano che siano le Pmi a fare ricerche che poi loro sfruttano acquistando il brevetto. Per esempio un’azienda veneta attiva nel settore funerari è riuscita a creare nicchie di mercati in Usa perché ha capito che alcuni metodi di saldatura possono essere applicati in altri ambiti. Queste innovazioni avvengono nella piccole imprese. Sarà la questione dell’innovazione, nelle sue diverse forme, materia di studio della nostra indagine che pubblicheremo a gennaio.